DAL '48 ALL'UNITA' D'ITALIA

La repubblica di Manin aveva lasciato Venezia stremata. Quel poco di ripresa economica avvenuta negli anni quaranta era stata annullata; fame e colera avevano inciso profondamente sulla situazione demografica. Per poter avere una vera ripresa dell’attività portuale si dovranno attendere gli anni ottanta. Nonostante l’estensione della rete ferroviaria e i provvedimenti presi dall’Austria per ricostruire la vita economica della città, dopo i primi duri anni di occupazione militare, la qualità della vita era pessima.

Le vicende del 1848/49 avevano avuto un’altra grave conseguenza: un ulteriore depauperamento della società veneziana, non solo per quel che riguarda le capacità economiche, ma anche in termini di consistenza fisica. Tra esiliati per forza e per scelta spontanea, nell’agosto del 1849 molti artisti e ricchi avevano lasciato la città, e solo una parte tornò dopo l’unità d’Italia. Dopo la caduta della Repubblica aristocratica era caduta anche quella democratica e rivoluzionaria. Il circolo della classe dirigente veneziana era sempre più ristretto. Predominano ancora i discendenti della vecchia nobiltà.

La caduta della Repubblica del 48 segna la fine di qualsiasi tipo di regime autonomo per l’antica capitale ora ridotta a città di provincia. Dall’agosto del 1849 la storia di Venezia è quella di una città municipale.

Alla riconquista austriaca seguono diciassette anni durante i quali ogni tentativo di riconciliare Venezia con la monarchia asburgica si scontra con la volontà della maggioranza della popolazione. Nei primi anni la resistenza, alimentata soprattutto dai seguaci di Mazzini, provoca varie vittime e mette in risalto figure di cospiratori sfortunati. Durante gli anni dei tentativi di riconciliazione, operati soprattutto dal fratello dell’imperatore, arciduca Ferdinando Massimiliano, c’è una resistenza più aperta e corale, nella quale il popolo, borghesia e una parte dell’aristocrazia si associano in continue manifestazioni. Il finale di questa fase è firmato dall’armistizio di Villafranca, che vanifica ogni speranza immediata di liberazione. C’è inoltre un nuovo esodo e la città si spopola sempre più. Alla fine della fase seguente, con l’annessione all’Italia a seguito di un plebiscito del 1866, l’attrazione esercitata dalla vicina Lombardia provoca un’ulteriore fuga di persone.

Dopo l’entrata delle truppe italiane nel 1866, la città conosce un’impennata di entusiasmo.

Seppur molto condizionata, Venezia conosce periodo migliori. Alla ripresa economica che si accentua negli anni ottanta corrisponde una vivacità nella vita politica che si riflette nella qualità dei giornali che si stampano a Venezia. Di fronte a un liberalismo moderato che si propone soprattutto ideali di pacata e corretta amministrazione e si incarna nel lungo regno del sindaco d’oro Filippo Grimani, la sinistra radicale si fa strada con figure di idee avanzate, come il sindaco poeta Riccardo Selvatico, inventore e fondatore della BIENNALE Internazionale, punto di passaggio obbligato per tutte le grandi tendenze dell’arte mondiale.

Venezia liberata si ricongiunge all’Italia (1866).

La liberazione definitiva dall’Austria si fa attendere: la guerra dichiarata all’Austria nel 1859 che avrebbe dovuto portare le vittoriose armi franco –piemontesi di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III fin sulle rive dell’Adriatico, fermate bruscamente dopo le vittorie di San Martino e Solferino dal trattato di Villafranca, interrompe a metà l’opera preparata e desiderata dal conte di Cavour ed arresta al Mincio il confine del nuovo Regno d’Italia. Il Veneto ricade una seconda volta nella sua vita di dolore e speranza. Solo quando la Prussia, alleata dell’Italia, muove in guerra contro l’Austria e la vince a Sadowa nel 1866, il Veneto può finalmente considerarsi libero. L’attesa della liberazione sarebbe stata accolta con gioia maggiore se a Custoza e a Lissa le armi italiane avessero avuto maggiore fortuna e se Trieste e Trento avessero allora potuto salutare con noi il momento della loro riunione alla patria comune, senza attenderlo ancora per oltre un cinquantennio.

Venezia e il Veneto potevano così decidere il proprio destino e con unanime voce, con la plebiscitaria votazione di 674 .426 voti contro 69, pubblicamente sanzionavano la propria volontà di far parte della risorta nazione italiana.

Vedi anche: Venezia, D'Annunzio e l'ultima guerra per l'unità d'Italia